Ogni vescovo, nella sua qualità di principe della Chiesa sceglie un proprio stemma e un proprio anello.
Lo stemma è un blasone araldico personale che si sovrappone, eventualmente ad altri stemmi posseduti secondo la regola di ubi major minor cessat che vuole il maggiore prevalere sugli altri.
Con la mia elezione e incardinazione è stato realizzato per me lo stemma episcopale, seguendo le regole araldiche tradizionali e le mie indicazioni personali. 
In realtà la Comunità cristiana della Chiesa Anglo Cattolica San Paolo Apostolo è una Chiesa Anglo Cattolica quindi una Chiesa Anglicana Alta, cioè molto vicina alle posizioni cristiane cattoliche Romane.
Per questo motivo il mio personale stemma episcopale è stato realizzato in due forme: una tipicamente anglicana e l’altra in stile romano.
La prima forma presenta le insegne di Vescovo e Primate con pastorale e refula incrociati dietro lo scudo, rigorosamente italico quindi sannitico, con la stola vescovile sotto la mitra anglicana, mentre l’altra versione è sormontata dal tradizionale cappello galero da prelato romano a tesa molto ampia e ornato da lunghi cordoni che si dipanano ai lati e si aprono in fioccature concluse da nappe in strati sovrapposti e crescenti di numero, nel caso specifico 6 nappe su ogni lato disposte in tre ordini in colore nero per la qualifica di Vicario Generale allora ricevuta che oggi dovrebbero essere aggiornati e incrementati di numero e strati. 
Questo aggiornamento non viene eseguito in primo luogo perché oggi la priorità araldica è affidata allo stemma di orientamento anglicano e poi per ragioni sentimentali che intendono mantenere lo stemma originale ricevuto insieme alla qualifica episcopale.
Il dualismo si riflette però anche negli appellativi che sono Sua Grazia nella visione anglicana e Sua Eccellenza Reverendissima in quella più romana con il termine monsignore comune ad entrambi insieme agli appellativi di padre e don.
Lo scudo italico sannitico è unico cioè a campo uniforme senza partizioni, azzurro che in araldica rappresenta l’onestà in quanto associato all’aria e al cielo e lo smalto araldico azzurro rappresenta le idee che salgono verso il Cielo: un forte simbolo religioso cristiano che evoca alte aspirazioni spirituali personali insieme alle aspirazioni scientifiche, alla trasparenza, all’onestà incorruttibile senza compromessi, alla cortesia e all’ingegno personale.
Lo smalto araldico azzurro è un colore che celebra la giustizia celeste, considerata fonte della vita e guida nelle azioni positive, un colore giovane e informale che simboleggia Giove, il martedì, la stagione autunnale e il Cielo che non muta, che ci glorifica eci pone al di sopra delle cose terrene.
L’azzurro è il colore di molte civiltà spesso presente negli stendardi dei faraoni, nelle vesti degli dei romani e greci, nei colori della Grecia e della Francia moderne; uno smalto che viene associato ai Santi, alla Madre di nostro Signore e alla Confirmazione della propria cristianità personale.
I carichi, cioè i simboli araldici, sopra il campo azzurro sono in oro il metallo più prezioso di aspetto brillante anche quando viene sostituito dal giallo.
L’oro rappresenta spiritualmente la fede, la clemenza, la temperanza, la carità, la giustizia, la felicità, l’amore, la nobiltà, la forza, la ricchezza, lo splendore, il comando e la sovranità.
Lo smalto metallico d’oro è anche il simbolo del Sole, della domenica e della SS. Eucarestia.
Tutte le proprietà speciali dello smalto metallico d’oro vengono attribuite alle spighe in oro su fondo azzurro sormontate da stelle e possiedono un significato rafforzato e valorizzato dal contrasto netto tra i due colori e sono associate al buonsenso dell’uomo virtuoso, ingegnoso, prudente che coltiva aspirazioni personali spiritualmente elevate e celesti.
I carichi sono costituiti da due gruppi di tre elementi perché il tre era considerato il numero perfetto della Trinità e dalla scuola Pitagorica del I° secolo avanti Cristo in quanto somma e sintesi del primo numero dispari (uno) e del primo numero pari (due).
Il numero 3 rappresenta nei blasoni araldici la derivazione ecclesiale oltre a significare la Creazione, lo scorrere del tempo che si evolve dal passato in presente e futuro, gli angoli e i lati del triangolo equilatero che è il simbolo Divino e anche il trittico costituito da Cielo, Terra e Uomo.
Il grano è rappresentato coltivato e sorge dal terreno con fogliame e spighe mature rappresentando la forza della natura, l’evoluzione, la rinascita, l’abbondanza, la frugalità, insieme alla ricompensa per il lavoro perché premiano ogni anno le fatiche degli uomini che le coltivano.
Le spighe rappresentate già mature sono quindi il simbolo dell’operoso lavoro dell’uomo nei campi ma richiamano con forza la pace perché quando gli uomini andavano in guerra i campi venivano abbandonati e
cessavano di produrre.
Le stelle sono il simbolo dei corpi celesti che indicano con sicurezza la via anche nelle notti buie e prive di Luna e nostro Signore nasce sotto il simbolo di una stella cometa che guida a lui i Re Magi.
Le stelle che splendono nel cielo notturno sono milioni di soli che richiamano aspirazioni elevate e azioni sublimi e costellano il cielo prima dell’alba annunziando la luce e il calore del nostro Sole quindi simboli di luminoso avvenire e discendenza spirituale.
Le stelle in oro a cinque punte rappresentano l’essenza dell’uomo, la sua intelligenza e l’impulso ad elevarsi al Cielo.
Le stelle a cinque punte richiamano i cinque elementi metafisici di base: acqua, aria, fuoco, terra e spirito.
In effetti le stelle a 5 punte sono simboli araldici di derivazione britannica che ricordano la sede dell’Anglicanesimo, ma una stella a cinque punte campeggia nell’emblema della Repubblica Italiana per richiamare ideali sociali e spirituali anche italici.
La contrapposizione degli elementi in primo piano è esaltata dal contrasto dello smalto metallico dell’oro sullo sfondo di smalto azzurro.
L’oro è il metallo araldico più prezioso di aspetto brillante anche quando viene sostituito dal giallo e rappresenta spiritualmente molti aspetti positivi elevati.
Sotto lo scudo in posizione centrale un nastro bifido svolazzante riporta il motto di San Paolo: CARITAS SEMPER SUPER OMNIA, che intende la carità sopra ogni cosa.
Il motto è una frase di San Paolo nella quale omnia sottintende res cioè ogni cosa.
Il rettore di un Ateneo arcivescovo e primate di una Chiesa dedicate all’Apostolo Paolo non poteva non riferirsi ai suoi insegnamenti che frequentemente intendevano ricordare come la carità debba sempre essere sempre posta sopra ogni altra cosa.
Naturalmente anche la lingua latina è un omaggio a San Paolo che era un Cittadino di Roma.
Complessivamente lo stemma intende richiamare l’impegno per la cultura positiva, la ricerca scientifica, il sostegno sociale e il miglioramento della qualità della vita di tutti.
Lo stemma familiare
Il 21 marzo 1975 Don Luigi Principe Bernabei di Monforte, Sovrano degli Ordini Nobiliari di Casata mi ha nominato, con il suo decreto 47/D, Duca di Passo dell’Aquila estendendo per sempre alla mia famiglia i privilegi di questo titolo che il Principe Bernabei ha definito ereditabile associandolo ad uno stemma
araldico gentilizio composto:
“Nel 1° d’azzurro all’aquila di nero, nel 2° di rosso alla croce poggiante nel calice tutto d’argento”
e completato dal motto Deo gratias contenuto nell’usuale nastro svolazzante sotto lo scudo italico. 
Il conferimento del titolo di duca precede di oltre quattro decadi l’incardinazione episcopale ma stranamente contiene elementi notevoli di richiamo ecclesiale come la Croce in argento nel Calice che richiama in modo forte l’Ordinazione ecclesiale avvenuta oltre 40 anni dopo e la condizione vescovile con lo smalto araldico argento associato alla Croce nel Calice su fondo rosso.
Questa nomina nobiliare si distacca dalla tradizione dell’attribuzione dei titoli ai vescovi nel Sacro Romano Impero nel quale l’Imperatore conferiva al vescovo-nobile diritti su territori che da vescovo già esercitava per concessione del Papa creando in questo modo un conflitto di autorità.
Il vescovo-nobile doveva occuparsi della gestione dei territori, assumeva compiti diplomatici e doveva mantenere un sistema militare efficace a disposizione dei suoi vassalli e del Signore che lo aveva nominato.
Nel corso dei secoli il potere laico progressivamente diminuisce e l’araldica ecclesiale subordina lo stemma nobiliare che finisce in secondo piano rispetto a quello episcopale.
Secondo questa visione lo stemma della casata va associato a quello episcopale ma mantenuto a sinistra, più basso e con dimensioni inferiori rispetto al blasone clericale, con il motto che diviene preminente quello ecclesiastico che si sovrappone a quello laico.
In questo particolare caso i due stemmi potrebbero essere equiparati in quanto quello nobiliare è antecedente a quello religioso ma le leggi italiane privano di validità ogni titolo e benemerenza nobiliare e di merito che non sia derivante da uno dei cinque Ordini istituiti dalla Repubblica Italiana dopo il 1946, mentre i titoli derivanti da Ordinazioni liturgiche sono riconosciuti a tutti gli effetti in quanto la separazione assoluta tra Stato laico e Chiesa sancita dalla Costituzione della Repubblica Italiana e dal Concordato ratificato prima nel 1933 per la Chiesa Romana e successivamente nel 1983 esteso a tutte le Chiese definisce quanto creato in sede clericale di valore assoluto senza che debba o possa essere ratificato dallo Stato Repubblicano che ha giurisdizione esclusivamente sulle questioni laiche.