La radioattività

Quasi tutti associano la radioattività alle bombe nucleari e alle centrali atomiche ma la realtà è diversa.

Solo una piccola percentuale di elementi radioattivi presenti nell’atmosfera derivano da attività umane proficue, come le centrali nucleari, oppure da test o da incidenti: la quasi totalità della radioattività è quindi di origine naturale con una quota di quasi il 90% del totale.

Fortunatamente anche i più sciocchi fra i militari si sono resi conto che i test atomici nell’atmosfera sono pericolosissimi e quindi da evitare e le centrali atomiche sono sempre più sicure perché, quelle realmente più pericolose cioè i tipi che producono materiale per le testate nucleari sono sempre di meno.

La realtà è che nel mondo esistono già un numero talmente grande di ordigni nucleari che possiamo distrugge o rendere inabitabile i nostro pianeta centinaia di volte quindi la necessità di produrre nuove bombe è divenuta obsoleta.

La radioattività naturale contribuisce quasi esclusivamente alla dose ricevuta dalla popolazione, con una variabilità in relazione alla specifica composizione del suolo.

Il più importante contributo alla radioattività naturale è costituito dai radionuclidi primordiali, prodotti al
momento della formazione della Terra e ancora attivi a causa del lungo tempo di decadimento radioattivo, in particolare i radioisotopi delle tre serie radioattive dell’Uranio 232 e 235 e dal Potassio 40.

Ma anche i raggi cosmici contribuiscono per un sesto alla dose annua di radioattività perché sono nuclei ad altissima energia costituiti da protoni per circa il 90% che si creano nello spazio e riescono ad interagire, negativamente,  con gli strati più alti dell’atmosfera terrestre producendo ulteriori radiazioni mentre i
radionuclidi cosmogenici (14C, 3H, 7Be, 22Na) pur essendo prodotti continuamente dai raggi cosmici che influenzano nuclei già presenti nell’atmosfera, nella litosfera e nell’idrosfera, vengono creati in concentrazioni trascurabili quindi senza effetti di rilievo sulla salute.

Quando si parla di Radon ci si riferisce al suo isotopo 222 più pericoloso rispetto agli altri due che sono il 220 e il 219, chiamati rispettivamente thoron e actinon che appartengono alle due serie radioattive del 232Th e del 235U a differenza del tipo 222 che deriva dall’Uranio 238 l’elemento costitutivo della prima bomba atomica..

Dei tre isotopi del Radon viene considerato pericoloso il 222 perché possiede un tempo di dimezzamento sufficientemente lungo da consentire il rilascio dal suolo e dalle rocce nelle quali viene generato, all’atmosfera.
L’isotopo 220 del Radon, pur venendo prodotto in quantità paragonabili a quelle del 222, possiede un tempo di decadimento molto breve che limita la distanza che può percorrere e la quantità di 220 che raggiunge l’atmosfera è trascurabile ai fini dell’influenza nociva per la salute.

Il terzo isotopo del Radon il 219 viene totalmente ignorato in quanto prodotto dall’Uranio 235, elemento estremamente raro, e perché il suo tempo di decadimento di 4 secondi non gli permette di lasciare il suolo.

La radioattività si misura in Sv (Sievert), più frequentemente in milliSievert cioè in millesimi dell’unità base.

Una misurazione eseguita nel 2000 ha evidenziato che la media di radioattivtà a livello mondiale, espressa in mSv è stata prodotta da frazioni minime derivanti dalla produzione di energia (0,002 mSv), da Chernobyl (0,002 mSv) e dai test atomici in aria (0,005 mSv), mentre molto più elevate sono la quota di radiazioni derivante dai test sanitari radiologici (0,4 mSv) e dal fondo radioattivo di origine naturale  (2,4 mSv) che rimane la maggiore causa radioattiva.

Percentualmente quindi abbiamo:

  • Fondo naturale 84%
  • Diagnostica sanitaria 14%
  • Test militari 1,5 %
  • Produzione di energia 0,5 %

La pericolosità del Radon per la salute deriva dalla sua diffusione che può essere facilitata da mezzi fluidi come acqua e gas già presenti nel terreno.

Il decadimento del Radon limita la sua possibilità di diffondersi a  centimetri o in qualche caso a metri ma quando viene trasportato da un fluido può spostarsi per distanze anche molto maggiori in relazione alla permeabilità e alla porosità specifiche del suolo e della roccia.

I terreni permeabili contengono concentrazioni alte di Radon mentre quelli impermeabili come le argille ne ritengono dosi minime.

Le zone più pericolose per gli accumuli di Radon sono le faglie, cioè le fratture geologiche del suolo, che permettono di trasportare verso gli strati superiori del terreno concentrazioni elevate di uranio.

Il Becquerel per metro cubo (Bq/m³) indica la quantità di radioattività in un volume, cioè la quantità  di disintegrazioni o decadimenti al secondo per metro cubo.

Questa unità di misura è usata per valutare la concentrazione di sostanze radioattive nell’aria come il Radon: si tratta di un unità di misura estremamente piccola che frequentemente viene sostituita dal suo multiplo il MegaBecquerel che equivale a 1 milione di decadimenti al secondo.

Mentre nel suolo le concentrazioni di radon possono essere molto elevate anche dell’ordine dei MBq/m3, nell’atmosfera il radon si disperde rapidamente tanto che la normale concentrazione in aria è circa solo 10 Bq/m3.

Per gli edifici la situazione cambia radicalmente e gli ambienti interni possono essere invasi dal Radon che si stratifica nel suolo sotto le fondazioni e nel terreno adiacente, proviene dai materiali da costruzione come i tufi e i graniti e dall’acqua di falda in modo particolare quando portata in superficie da pozzi.

Di queste tre cause solo la prima fornisce un contributo elevato rispetto agli altri due che possono essere trascurati: l’ingresso del Radon negli edifici avviene dal suolo e gli ambienti confinati, che dispongono di volumi limitati e scambi contenuti di aria concentrano maggiormente il Radon.

La differenza di pressione  tra edifici e suolo favorisce l’ingresso del Radon insieme alla differenza di temperatura con elementi quali camini, finestre, impianti di aspirazione che provocano un tiraggio aggiuntivo e l’aspirazione del Radon dal suolo (effetto camino).

L’ambiente interno caldo rispetto al suolo produce un gradiente di pressione verso l’alto quindi la concentrazione di Radon negli edifici è maggiore in inverno e nelle prime ore del mattino .

Anche iI vento forte e costante può aumentare la differenza di pressione come iI tiraggio di aspiratori e di canne fumarie  non dotati di adeguata presa d’aria esterna mentre è trascurabile la depressione causata dal deflusso di aria attraverso gli impianti di scarico di lavelli, lavandini e simili.

Un’altra causa importante sono invece le infiltrazioni da crepe e giunti in pavimenti e pareti, cavedii per il passaggio di cavi, tubazioni e fognature; pozzetti; lucernari della cantina, camini, ascensori, montacarichi, e  pavimenti in terra battuta, in pietra o ciottoli; componenti costruttivi permeabili come i laterizi forati per le pareti dei cantinati.

I metodi più efficaci per limitare l’inquinamento interno da Radon consistono nella ventilazione dello strato di fondazione e nella sigillatura delle fessure come metodi passivi ai quali si può affiancare la pressurizzazione dell’edificio ottenuta con una ventilazione forzata e la filtrazione dell’aria. Lo strato di sottfondazione può essere mantenuto in pressione da aperture sul lato sempre esposto ai venti in modo da  creare una pressione positiva che rende difficile lo spostamento del Radon oppure una rete di tubi forati interrati collegati ad un sistema di deflusso naturale o meccanico più affidabile ma più costoso nel tempo. Un sistema ibrido prevede un sensore di movimento dell’aria che nel caso di assenza di vento faccia funzionare il sistema di ventilazione meccanica che si attiverebbe solo quando strettamente necessario.

La costruzione anti-Radon hanno fondazioni a platea senza interruzioni o passaggi di tubi e cavi, possibilmente spesse almeno 30 cm oppure realizzando la platea su un massetto di calcestruzzo completato da uno strato impermeabilizzante di guaina bituminosa; non contemplano ambienti semi o totalmente interrati; vanno evitati i condotti verticali, comprese le scale e i cavedi, che uniscono i locali a contatto con il suolo con gli ambienti superiori; tutti i passaggi di condotte dal terreno costituiscono punti d’infiltrazione del Radon e dovrebbero confluire nelle intercapedini laterali areate costantemente in modo eccellente; tutte le piccole condutture e i passaggi dei cavi dovrebbero essere sigillati con materiali bituminosi; ogni edifìcio dovrebbe comprendere un isolamento termico adeguato per isolare i locali non riscaldati completato da una guaina sigillante; l’eventuale cappotto o isolante perimetrale deve essere adeguatamente interrotto per far defluire il Radon evitando di trasportarlo ai livelli superiori attraverso gli isolanti porosi; il riscaldamento a pavimento crea frequentemente piccole crepe che veicolano il Radon e i sistemi di riscaldamento in generale possono determinare depressioni negli ambienti se non associati ad adeguate aperture di ventilazione e approvvigionamento di aria esterna; particolarmente pericolose sono le finestre nelle pareti sottovento che creano depressione.

Il problema del Radon viene conosciuto di recente e questo implica che spesso gli edifici di vecchia e antica costruzione non sono protetti adeguatamente e, naturalmente, la quantità di edifici incide sul problema.

La media mondiale di presenza del Radon è 40 Bq/m3 mentre in Italia è 70 Bq/m3 e nelle regioni di Lazio e Lombardia con la maggiore densità di edifici e industrie sale oltre i 100 Bq/m3.

La pericolosità del Radon dipende dai prodotti di decadimento che inalati si depositano lungo il
tratto respiratorio: gli epiteli dove i PD si depositano o sono ritenuti vengono irraggiati
principalmente dalle radiazioni di tipo alfa emesse nel processo di decadimento di questi
radioisotopi.

Si tratta di esposizioni in grado di somministrare nel tempo ai tessuti dosi elevate che aumentano i tumori
polmonari in relazione al numero e al tipo di particelle depositate internamente e
quindi non soltanto dalla concentrazione di radon nell’aria inalata, ma anche dal fattore di
equilibrio tra il radon e i suoi prodotti di decadimento che si attaccano al particolato e dalle dimensioni degli aerosol.

I prodotti del decadimento del Radon coagulano rapidamente tra loro e con l’aerosol ambientale e si deposita nel naso e nella laringee solo una piccola parte viene rilasciata anche negli altri tessuti del tratto respiratorio ma fortunatamente il 70% viene eliminata dalla normale espirazione.

La maggiore incidenza dei tumori deriva però dai bronchi particolarmente sensibili alla contaminazione da Radon.

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