Araldica

L’araldica è la disciplina che studia gli stemmi, le bandiere e gli emblemi, con lo scopo di identificarli, descriverli e catalogarli.

Si occupa di regole, storia e simbologia per descrivere questi simboli usati per identificare famiglie, persone, istituzioni e luoghi.

L’araldica è considerata una disciplina, una scienza ausiliaria della storia: una materia che supporta la tradizione, fornendo strumenti per documentare l’origine e il significato degli stemmi familiari, delle persone e delle istituzioni.

L’araldica si occupa degli stemmi e si divide in due sezioni: una che segue la storia degli stemmi, cioè il sorgere, fiorire e decadere del loro utilizzo; e una che definisce le regole araldiche che disciplinano la forma, le figure e gli ornamenti da utilizzare negli stemmi.

Le origini

Nel mondo antico esistevano solo nomi che, per evitare incertezze, venivano spesso associati alla provenienza geografica oppure al nome dei genitori in modo da risultare univoci e distinguibili: Gesù di Nazareth oppure Gesù Nazareno o Paolo di Tarso o Isacco figlio di Abramo.

Nel Medioevo l’araldica si è sviluppa in tutta l’Europa proprio come un sistema pratico di identificazione associato a simboli grafici di immediata comprensione per tutti in un periodo nel quale solo pochissime persone sapevano leggere: in un mondo di grande ignoranza e analfabetismo dilagante un simbolo grafico era facilmente riconoscibile per individuare le persone.

Molto presto diviene anche simbolo di parentela e linee di discendenza con lo stemma o blasone che veniva trasferito in eredità.

Gli stemmi potevano anche dichiarare il grado di parentela rendendolo un sistema efficace e  unico per il suo tempo.

L’araldica si sviluppa rapidamente in Europa dal XII° secolo e molti storici la associano alla diffusione dei tornei cavallereschi nei quali i partecipanti venivano identificati dal loro blasone personale; altri invece ne attribuiscono l’origine alle Crociate, durante le quali i cavalieri cristiani vengono in contatto con la tradizione islamica di distinguere i cavalieri per mezzo di emblemi, colori e simboli mostrati sugli abiti, sulle corazze, sulle bardature dei cavalli, sugli scudi e sugli stendardi per riconoscere subito alleati e avversari.

Oggi navi e aerei utilizzano trasponder elettronici per farsi riconoscere ma nel Medioevo i simboli grafici rappresentavano un sistema di identificazione immediato e pratico in un mondo dominato dalle capacità visive degli individui senza radio e radar disponibili.

Subito l’araldica, come sistema identificativo, viene utilizzata dalle famiglie nobili e dal clero, ma è stata anche avanzata l’ipotesi che essa[5] In seguito si sarebbe diffusa a poco a poco in tutta la società occidentale, tanto che anche importanti famiglie ebraiche sentirono il bisogno di dotarsi di uno stemma. Per quanto riguarda l’Italia, la più antica immagine dell’araldica ebraica (1383) si trova in un manoscritto appartenuto a un certo Daniele di Samuele, proveniente da Forlì e oggi al British Museum.

L’araldica utilizza alcuni termini specifici: gli stemmi sono blasoni e blasonare diviene sinonimo di descrivere uno stemma utilizzando una tecnica e una terminologia specifica.

L’araldica inizia descrivendo la forma dello scudo, il colore o i colori del campo o fondo e quindi i simboli con specifica attenzione alla loro forma, numero e colore.

Lo stemma è composto dallo scudo la cui forma indica la provenienza geografica e dagli ornamenti esteriori che possono essere corone, elmi, copricapi liturgici, mantelli regali, nastri, cordoni, nappe e anche simboli come scettri e pastorali che indicano il rango e il titolo della persona al quale si riferisce lo stemma.

Frequentemente vengono utilizzati animali che divengono figure araldiche codificate nel loro significato e includono animali, fiori, piante e oggetti esistenti o fantastici ognuno con un proprio specifico significato.

Le regole araldiche in dettaglio

Lo scudo e la sua forma

Gli stemmi araldici sono sempre presentati con uno scudo e la sua forma fornisce indicazioni sulla provenienza geografica.

Lo scudo francese è la forma base definito antico e molto semplice: a tre lati con quello superiore diritto e quelli laterali convergenti verso la punta in basso.

Lo scudo francese inizialmente viene rappresentato adagiato sul lato destro ma quasi subito viene trasformato in forma diritta cioè verticale con la punta rivolta in basso.

Lo scudo svizzero è simile ma con il lato superiore che presenta due incavi creati per sostenere meglio la pesante lancia da torneo il cui peso veniva così ripartito anche sul braccio che reggeva lo scudo.

Lo scudo tedesco viene chiamato a tacca per il suo caratteristico incavo laterale che caratterizza l’angolo superiore destro di uno scudo per il resto semplice con lati uniti in un arrotondamento inferiore.

Lo scudo polacco è rotondo inferiormente ma termina con una punta diretta in basso e possiede una parte superiore resa complessa da tacche laterali e superiori.

Lo scudo italiano o scudo sannitico è di forma rettangolare con il lati lunghi che arrotondati si trasformano in lati orizzontali convergenti verso una punta centrale diretta verso il basso.

Lo scudo inglese è sostanzialmente uno scudo sannitico con i lati lunghi che in alto terminano con una svasatura verso l’esterno aumentando la larghezza del lato superiore.

Lo scudo spagnolo è comune nella forma allo scudo portoghese e possiede solo due lati perché i laterali si congiungono in basso in una forma arrotondata che costituisce l’unico lato oltre quello piano superiore.

Le Dame usavano uno scudo ovale più semplice e leggero quindi più adatto a loro, mentre alle damigelle veniva spesso fornito uno scudo a rombo di peso ancora inferiore e maggiormente maneggevole.

Alcuni ricercatori araldici distinguono anche trenta forme di scudi ma queste sono quelle più usate.

Nel tempo la standardizzazione viene percepita come sempre più importante e molte forme nazionali si adeguano alla forma sannitica italica uniformando sempre più la forma degli stemmi.

Oggi parliamo di loghi e la differenza sostanziale rispetto agli stemmi araldici è la loro forma libera non più inscritta negli scudi, ma a parte questo l’araldica di fatto prosegue nei loghi attuali senza soluzione di continuità ne grandi differenze concettuali.

Tradizionalmente lo scudo, indipendentemente dalla sua forma esterna, viene diviso da due linee verticali che ne incrociano due orizzontali a formare 9 settori interni che consentono di posizionare, nel migliore dei modi, gli elementi contenuti quando non vengono posizionati al centro o in due zone centrali sovrapposte.

Lo sfondo dello stemma araldico viene definito campo e i settori nei quali a volte viene diviso partizioni.

Lo scudo pieno, cio+ di colore uniforme unico, è antico ma rarissimo e per essere distinguibile viene spesso diviso secondo linee semplici.

Quattro partizioni vengono considerate di base: partito, troncato, trinciato, tagliato; ma queste divisioni possono essere combinate in infiniti modi.

Queste partizioni di base si possono combinare all’infinito ma gli elementi creati da una partizione anche se sono di dimensioni uguali, raramente possiedono un valore simile e l’ordine gerarchico è in funzione dalla posizione che possiede valori massimi in alto e a destra rispetto alle posizioni inferiori e a sinistra.

I colori araldici

I colori utilizzati nei blasoni vengono chiamati smalti perché nel Medioevo gli smalti erano colori estremamente preziosi che venivano utilizzati raramente.

Ogni elemento dello stemma araldico è caratterizzato dallo smalto caratteristico e simbolico, catalogate in sezioni definite metalli e colori oltre a pellicce o panni che essendo quasi sempre bicolori vengono considerati a parte.

In araldica vige la regola del contrasto fra i colori, che indubbiamente deriva dalla necessità di individuare dalla maggiore distanza possibile amici e nemici senza incertezze: questa regola vieta di  sovrapporre un colore a un altro colore e un metallo a un altro metallo e un elemento di metallo può essere posizionato sopra uno colorato e viceversa.

La regola del contrasto non si applica però alle partizioni, alle pellicce e agli elementi esterni allo scudo.

I metalli araldici sono due oro e argento e i colori sono rosso, azzurro, verde, porpora e nero mentre il giallo rappresenta l’oro e il bianco l’argento quindi giallo e bianco non sono compresi nei colori anche se presenti negli stemmi come metalli.

L’araldica è una disciplina Medioevale: un epoca nella quale spesso le rappresentazioni grafiche si limitavano al bianco e nero quindi ogni smalto possiede un simbolismo privo di colore:

  • ORO puntini neri (o giallo)
  • ARGENTO solo fondo bianco (o bianco)
  • ROSSO linee verticali nere (o rosso)
  • AZZURRO linee orizzontali nere (o azzurro o blu)
  • VERDE linee diagonali nere verso il basso a destra (o verde)
  • PORPORA linee diagonali nere verso il basso a sinistra (o porpora o violaceo)

Il grigio non è uno dei colori araldici di base ma è presente in molti stemmi, in genere rappresentato come una tonalità intermedia tra il nero e il bianco.
È considerato uno smalto neutro, acromatico, cioè privo di colore nel senso stretto, poiché può essere composto da bianco e nero ed esiste in varie tonalità e sfumature, da quelle più chiare a quelle più scure, come ad esempio il grigio tortora, il grigio perla o l’antracite.

In araldica viene utilizzato per indicare la neutralità, ma il suo significato preciso dipende dal contesto e dagli altri elementi presenti nello stemma e la sua presenza è spesso legata a simboli di armi, armature, strumenti musicali, animali e piante quando non sono rappresentati a colori o viene utilizzata con la tecnica pittorica della grisaglia che utilizza diverse tonalità di grigio per creare effetti sfumati.

Lo smalto grigio scuro, è presente nello stemma del Comune di Roma, insieme con l’oro, il rosso e il nero.

I carichi araldici

Gli scudi sono caricati da elementi come croci, leoni, aquila, gigli, palle (bisanti), colline e simili per rendere riconoscibili facilmente i blasoni con forme reali o di fantasia generalmente ridotti a silhouette a colore unico e rappresentazione piatta priva di prospettiva e ombre, con l’eccezione delle ombreggiature inserite nelle sovrapposizioni fra elementi uguali.

Quando vengono utilizzate le ombre queste derivano sempre da una sorgente luminosa puntiforme in alto a destra: una convenzione ancora oggi utilizzata nei disegni architettonici insieme a molti elementi dei blasoni araldici che possiamo ritrovare nei loghi e nella grafica contemporanea che attestano una notevole continuità nella grafica che già molti secoli fa aveva compreso alcuni meccanismi fondamentali della rappresentazione non testuale che di fatto discende dalla disciplina araldica medioevale.

Regole generali

In araldica è necessario riferirsi all’epoca medioevale evitando nei blasoni la rappresentazione di oggetti moderni e all’analfabetismo dilagante con pochi in grado di leggere anche male e con difficoltà.

Per l’analfabetismo medioevale diffuso i blasoni non comprendono lettere o numeri a parte rari casi di elementi alfanumerici trasformati in forme grafiche per renderli comprensibili  a chi non sapeva leggere.

Una condizione fondamentale era la riconoscibilità a distanza: riconoscere un alleato o un nemico a grande distanza consente di prepararsi e nel Medioevo privo di sistemi ottici portatili, tutto viene affidato alla vista umana e una distanza limite è circa 150 metri che al tempo corrispondevano a circa 200 passi.

La facile riconoscibilità richiede la trasformazione degli ogetti in forme stilizzate o parziali: ad esempio un carro può essere rappresentato da una singola ruota.

Non viene usata la prospettiva e gli oggetti sono piatti a due dimensioni, a parte casi rarissimi quando trasformare l’oggetto in due dimensioni lo rende poco distinguibile e confuso come ad esempio le palle che vengono rappresentate ombreggiate in 3D oppure come bisanti se piatti in 2D.

La montagna, simbolo comune negli stemmi di luoghi montani o di famiglie con legami storici con i rilievi, viene rappresentata in base allo stile nazionale, con una disposizione a cilindri  lisci e arrotondati con cupola semisferica superiore affiancati tipicamente italiana, oppure con triangoli ondulati che richiamano il profilo frastagliato dei rilievi o con il metodo tedesco a trifoglio con tre punte arrotondate.

Gli stemmi possono anche aggregare come nel caso dei matrimoni che uniscono famiglie o per i territori che uniscono più Comuni: in questi casi viene utilizzato il blasone dominante oppure uno nuovo evitando di combinare elementi degli stemmi aggregati graficamente insoddisfacente. 

Il rango nobile

Nel blasone il rango viene definito dalla corona che sovrasta lo stemma senza riferimenti al numero dei carichi araldici che invece indica la provenienza ecclesiale quando il numero è tre.

I titoli nobiliare possiedono una gerarchia propria:

Imperatore/Imperatrice e Re/Regina è il titolo di chi governa con Principe/Principessa per i membri della famiglia reale e gli eredi al trono. 
Duca/Duchessa è  il maggiore fra i titoli della famiglia reale e può governare un ducato.
Marchese/Marchesa è il titolo per chi governa un’area di confine critica detta marca.
Conte/Contessa è il titolo per chi amministra una contea.
Visconte/Viscontessa indica il vicario del conte secondo in comando.
Barone/Baronessa è un titolo associato a proprietà terrieriere.                                                                Cavaliere/Dama è il titolo nobiliare non associato a possedimenti territoriali frequentemente monastico.  Patrizioè un titolo di derivazione romana attribuito ai membri delle famiglie elitarie che occupavano seggi nel Senato e nelle repubbliche marinare indicava l’aristocrazia ereditaria che governava.              Nobiluomo/Nobildonna a volte considerato un titolo è in realtà solo un appellativo di cortesia.                     

Monsignore è un titolo onorifico della Chiesa Cattolica Cristiana conferito a vescovi, patriarchi e priori mitrati, che deriva dal francese monseigneur cioè mio signore: un appellativo riservato a imperatori e re regnanti, a vescovi che guidano la diocesi ed ecclesiastici con ruoli elevati specifici di particolare dignità, come il patriarca e il priore o anche concesso dal vescovo a sacerdoti con speciali compiti.

Eccellenza indica un altissimo grado, un titolo onorifico per sovrani, vescovi, arcivescovi e patriarchi poi esteso anche ad ambasciatori e consoli in ambito diplomatico.

Sua Altezza Serenissima o Vostra Altezza Serenissima è l’appellativo per i regnanti, mentre per i principi non sovrani quello corretto è Sua Altezza o Vostra Altezza o Altezza.

Sua Grazia o Vostra Grazia è un appellativo di cortesia utilizzato per rivolgersi a persone di alta nobiltà, come reali, principii, duchi, vescovi e arcivescovi, soprattutto nel Regno Unito dove il titolo indica rispetto, ammirazione e l’adesione a protocolli specifici ed è riservato ai duchi, ai marchesi, ai vescovi e agli arcivescovi con Il termine grazia che in questo contesto indica un segno di rispetto,.

Lord in Inghilterra o Signore viene riservato a conti, visconti e baroni.

Sir in Inghilterra o Messere o semplicemente Cavaliere viene riservato ai cavalieri; Lady in Inghilterra o Madonna o Dama viene riservato alle Dame. I Cavalieri e le Dame degli Ordini Monastici Cavallereschi divengono, con l’Ordinazione liturgica Padre / Madre in quanto de facto sono diaconi.

I patrizi vengono chiamati semplicemente con nome e cognome senza titoli o appellativi.

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