L’Isola di Pasqua o Rapa Nui, si trova nell’Oceano Pacifico meridionale, a circa 3.600 km dalle coste del Cile, di cui politicamente è parte.
L’Isola di Pasqua è considerata misteriosa per le gigantesche statue dei Moai, il loro significato e la storia della civiltà che le creò.
Le teorie più diffuse suggeriscono che i Moai fossero monumenti agli antenati, ma i dettagli su come i popoli indigeni scolpissero, spostassero e innalzassero queste sculture di tonnellate rimangono oggetto di dibattito e studio.
Un altro mistero è legato al declino della civiltà Rapa Nui, anche se gli studi più recenti mettono in discussione la teoria di un “ecocidio” radicale che causò il collasso totale, come precedentemente ipotizzato.
Le statue dei Moai
La teoria più accreditata è che i Moai fossero sculture commemorative, dedicate agli antenati divinizzati, ai capi o ad altre figure importanti perché sono spesso rivolte verso l’interno dell’isola, quindi idealmente a protezione degli abitanti.
Si tratta di statue gigantesche ciascuna del peso di varie tonnellate delle quali si ignora come furono fatte e persino come sono state trasportate: l’ipotesi vuole che gli isolani abbiano utilizzato tecniche di ingegneria e particolari abilità manuali per spostare i massicci monolite attraverso l’isola.
Recentemente, uno studio ha dimostrato che le statue potevano essere trasportate in posizione eretta imbrigliandole con corde e facendole oscillare per farle avanzare sulle strade dell’isola.
La maggior parte dei Moai sono stati scolpiti 900 anni fa circa ma alcuni sono più recenti perché riportano incisioni possibili solo in epoca meno antica come quella che riporta un veliero con tre alberi.
La civiltà Rapa Nui non proviene dall’America del Sud ma hanno confermato che i primi abitanti erano originari delle Isole Marchesi come gli studi sul DNA hanno confermato.

Per decenni si è ritenuto che la civiltà Rapa Nui fosse crollata a causa dell’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali e della guerra civile ma le ricerche sul DNA antico suggeriscono che la popolazione non si è mai totalmente estinta e che non si è verificato un declino catastrofico.
Una delle isole più remote al mondo nasconde molti misteri come le iscrizioni non ancora decifrate in una lingua definita rongorongo trovate incise sul dorso delle statue Moai che una teoria ipotizza l’isola come un residuo di un continente sommerso molto vasto e popolato da una civiltà evoluta molto simile al concetto di Atlantide.
Le statue monolitiche sono enormi realizzati in circa 1.000 esemplari quasi tutti tra il 1400 e il 1650 d.C.
Il 95% di queste statue pesa in media 60 tonnellate e raggiunge un’altezza di circa 10 metri ed è stata scolpita dal tufo vulcanico estratto dalla cava di Rano Raraku una roccia porosa non eccessivamente dura da lavorare usata ancora oggi come materiale da costruzione in blocchi da 27 cm.
Un’altra leggenda narra che gli dei o i loro capi (come Makemake) giunsero dal cielo e scolpirono i Moai per poi scomparire, lasciando parte del lavoro incompleto: vengono definiti uomini uccello ma alcuni sostengono che i Moai siano opera di esseri provenienti da un altro pianeta, che avrebbero modellato le statue con strumenti laser per poi abbandonarle senza completarle.
Un altro mistero riguarda come hanno fatto gli antichi Rapa Nui a spostare questi massi di pietra pesanti fino a 80 tonnellate senza strumenti avanzati.
L’ipotesi più diffusa è l’uso di rulli di legno con le statue coricate in orizzontale, ricavati dalle grandi palme che un tempo ricoprivano l’isola ma recentemente nuove teorie suggeriscono che le statue potessero essere spostate in posizione verticale dalla cava al loro luogo di destinazione grazie a un gruppo di persone che legavano i Moai e li tiravano facendoli oscillare per farli avanzare a zig zag sulle strade.
Sino ad oggi si è ritenuto che l’uso intensivo del 100% delle risorse locali, in particolare il legno per i trasporti dei Moai, portò al disboscamento selvaggio, al degrado del suolo con una conseguente carestia che portò a scontri civili, ma le ricerche sul DNA oggi hanno aperto nuovi scenari e poi come è possibile che un gruppo di persone con conoscenze ingegneristiche indubbiamente avanzate possa creare un disastro ecologico così stupido sino al suicidio collettivo.
La decimazione della popolazione e la scomparsa dei membri della classe sacerdotale che governava l’isola hanno fatto disperdere molte conoscenze e generato questi innumerevoli interrogativi che certamente hanno una soluzione logica che al momento è però sconosciuta.
Secondo le nuove scoperte, i Rapa Nui avrebbero utilizzato delle corde per far oscillare le statue in un movimento verticale a zig-zag, lungo strade concave progettate appositamente per facilitare questo processo: un approccio efficiente, per spostare le statue in tempi relativamente brevi dopo aver avviato il movimento e dimostra che il popolo di Rapa Nui era incredibilmente intelligente per trovare una soluzione così originale ed efficace.
Esaminando il design particolare dei moai, creando modelli 3D ad alta risoluzione che hanno rivelato caratteristiche come le basi larghe a forma di D e un’inclinazione protesa in avanti: elementi strutturali chesembrano essere stati progettati per facilitare un movimento di camminata oscillante, rendendo il trasporto più facile.
Per testare la teoria è stata anche costruito una statua replica da circa 4 tonnellate con la quale il metodo di trasporto oscillante ha dimostrato di essere efficace, consentendo di spostare la statua per 100 metri in soli 40 minuti, con corde guidate da un gruppo di sole 18 persone.
Le antiche strade di Rapa Nui supportano ulteriormente la teoria dello spostamento oscillante perché sono larghe 4,5 metri con una sezione trasversale concava quindi particolarmente adatte a mantenere i moai in posizione verticale durante il trasporto oscillante.
Le evidenze di strade parallele e sovrapposte suggeriscono che il popolo di Rapa Nui liberava costantemente un percorso, lavorando in sequenze per spostare le statue in avanti: con un protocollo specifico che prevedeva di liberare un percorso sul quale veniva spostata la statua, per poi liberare un altro tratto e così di seguito.
Questo studio evidenzia quindi la grande ingegnosità del popolo di Rapa Nui, che ha realizzato un’impresa ingegneristica straordinaria, ottimizzando le risorse limitate a disposizione. “Hanno trovato una soluzione che si allinea perfettamente con le risorse che avevano ma come è possibile che persone di straordinarie capacità si siano maldestramente suicidate esaurendo tutte le risorse dell’isola.
L’Isola di Pasqua prende il suo nome dal navigatore olandese Jacob Roggeveen che la scoprì il 5 aprile 1722, una domenica di Pasqua, e decise di chiamarla “Paasch-Eyland” (Isola di Pasqua) in riferimento alla festività religiosa anche se il vero nome dell’isola, quello dato dagli abitanti indigeni, è Rapa Nui, che in lingua locale significa “la grande terra lontana” o “grande isola”.
La lunghezza massima dell’isola è di 24 chilometri e la larghezza massima è 13 chilometri con tre elevazioni principali che corrispondono ai tre coni di vulcani spenti, ovvero il Rano Kau, il Maʻuŋa Puakatiki e il Maʻuŋa Terevaka.
La cava principale sull’Isola di Pasqua è Rano Raraku, un cratere vulcanico che serviva da fonte di pietra per scolpire le famose statue monolitiche dei Moai.
Qui si trovano numerose statue in varie fasi di lavorazione, alcune ancora attaccate alla roccia e altre parzialmente sepolte nel terreno tra cui anche una che sarebbe stata la più alta realizzata di circa 21 m.
Alcune statue sono caratterizzate da cappelli rossi chiamati pukao scolpiti con materiale della cava del cratere di Puna Pau: si tratta di ornamenti in pietra indossati da alcune statue sulla testa che fanno pensare a cappelli oppure a un nodo di capelli.
Probabilmente venivano fissati sulla sommità della testa solo dopo che la statua era stata eretta anche se questa operazione presuppone la disponibilità di paranchi e argani.
I pukao presentano un’incisione emisferica alla base li incastrava sulla testa della statua mantenendoli in equilibrio.